Intervista a Stefano Zamagni: educhiamo i giovani alla finanza e all’economia civile

L’educazione finanziaria è essenziale per sviluppare le potenzialità dei giovani cittadini e per realizzare una società equa e inclusiva. Ne abbiamo parlato con l’economista civile Stefano Zamagni, professore del bene comune che tiene insieme finanza e etica.

Intervista a Stefano Zamagni: educhiamo i giovani alla finanza e all’economia civile

Si può rinunciare alla ricchezza, ma nessun essere umano rinuncerebbe mai alla felicità.

Il Professor Stefano Zamagni parla di diritti, etica e felicità. Tutte parole che non ricorrono spesso nel vocabolario dei grandi economisti.

La sua ricerca sull’economia sociale e civile, apprezzata in tutto il mondo, ci ha fatto conoscere uno studioso aperto a prospettive molto innovative, capace di teorizzare la possibilità di costruire un’Economia del bene comune (2007) in cui il benessere si realizza solo in considerazione della collettività.

Economia del bene comune, tra ricerca e insegnamento

Incontrandolo si avverte subito che si è davanti a una profonda passione civile, testimoniata anche dall’impegno che da 40 anni porta avanti nei confronti dei giovani.

La sua è una vita dedicata alla ricerca e all’insegnamento: corsi e conferenze in prestigiose istituzioni universitarie in Italia e all’estero, senza trascurare gli incontri anche con i giovani liceali.

Ex presidente dell’Agenzia per il terzo settore, attualmente Adjunct Professor of International Political Economy alla Johns Hopkins University, Zamagni insegna Economia civile e Etica e mercati finanziari all’Università di Bologna.
Dal 2019, inoltre, Papa Francesco lo ha scelto per presiedere la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.


Grazie, Professor Zamagni, per avere accettato il nostro invito!

Tra i principi che ispirano il suo lavoro, abbiamo scelto di partire da un concetto fondamentale: l’educazione finanziaria può essere uno strumento di inclusione sociale e di lotta alle disuguaglianze.
Anche secondo la definizione di financial literacy dell’OCSE esiste una correlazione tra possedere le competenze in ambito finanziario e saper guidare il proprio futuro e benessere economico.

I suoi studi sull’economia civile ci danno un ulteriore elemento di riflessione. Di cosa si tratta?

L’economia civile nasce storicamente nel 1753 quando l’università di Napoli istituì, prima al mondo, una cattedra universitaria di economia e le diede questo nome. Poi da Napoli questo paradigma si trasferisce a Milano e da lì nel resto d’Europa.

Parallelamente allo sviluppo dell’economia civile in Scozia, dove la figura di rilievo era quella di Adam Smith, nasce il paradigma dell’economia politica.

Economia civile e economia politica sono i due principali paradigmi economici che oggi tornano a volte a dialogare e a volte a polemizzare.

Ci sono dei punti di contatto tra il modello politico e quello civile?

Ci sono molti elementi in comune.

Il più importante è la difesa dell’economia di mercato come modello di ordine sociale.

Quali sono allora le principali differenze?

Un modo immediato per capire le differenze è riferirsi al senso etimologico delle parole politica e civile.

  • Politica viene dal greco Polis
  • Civile invece è parola dal latino Civitas

Il modello della Polis greca era tendenzialmente escludente: all’agorà, la piazza di Atene dove si svolgeva la vita politica, potevano partecipare non più del 25-30% dei cittadini.
In primo luogo, erano escluse le donne, ma anche i poveri, gli stranieri.
Il modello della Civitas romana, invece, è un modello inclusivo, un modello civile oggi sempre più apprezzato, soprattutto all’estero, proprio perché tendeva ad includere tutti.

Arriviamo quindi alle tre principali differenze tra l’economia civile e l’economia politica.

Per il paradigma civile, l’obiettivo dell’economia è la prosperità inclusiva di tutti.
Non è così per l’economia politica, per la quale la prosperità è riservata solo a chi ha un maggior grado di produttività, creatività, eccetera.

Le disuguaglianze in Europa e nel resto del mondo sono incrementate negli ultimi decenni proprio in conseguenza di questo assunto dell’economia politica, diventato egemone dalla fine del 700.

L’altra grande differenza ha a che fare con la prospettiva finale.

Per l’economia politica, il fine è la massimizzazione del bene totale, cioè il PIL, la somma dei beni individuali.
Per l’economia civile è il bene comune.

Facciamo l’esempio dei danni provocati all’ambiente dal modello economico dominante oggi.

Nell’economia politica, l’ambiente è una risorsa produttiva da mettere a servizio dell’obiettivo del profitto.
Per l’economia civile invece è un bene comune e esige una logica di organizzazione e gestione che coinvolge l’intera comunità.

La terza differenza è che l’economia politica accetta il principio del Noma, un acronimo inglese che sta per Non-overlapping magisteria, i magisteri che non si sovrappongono.

Cosa significa? Se l’economia vuole essere scienza deve distaccarsi sia dall’etica che dalla politica. L’economia è una forma di sapere separato. 

L’economista civile non accetta questo principio di concezione dell’economia come regno dei mezzi e vuole confrontarsi sia con l’etica che con la politica.

Il modello politico è diventato dominante, ma che ruolo si può pensare per l’economia civile in futuro?

Da circa venti anni si parla sempre più di economia civile e soprattutto in ambiente anglosassone. Perché?

Ormai tutti hanno visto a quali conseguenze porta la credenza a-critica nel paradigma dell’economia politica, e cioè:

  • il disastro ecologico
  • l’aumento endemico delle disuguaglianze
  • il principio democratico minacciato
È tutto nelle mani dei giovani, gli attori economici del futuro?

L’interesse dei giovani su questi temi è molto elevato.

Ciò non significa che siano sempre d’accordo con i principi dell’economia civile, ma che comunque sono estremamente interessati a cogliere una prospettiva diversa nei confronti dell’economia rispetto a quella finora dominante.

Ecco perché dal punto di vista dell’educazione è bene veicolare questi temi ovviamente con rigore scientifico.

Dall’Indagine OCSE PISA 2018 emerge che i quindicenni italiani non sono preparati quanto i coetanei europei sulle competenze in ambito economico-finanziario.
Circa uno studente italiano su cinque non possiede le competenze minime necessarie per prendere decisioni finanziarie responsabili e ben informate.

Questo è un paradosso su cui non si è ancora fatta piena luce.

Il paradosso è che l’Italia è il Paese che ha dato i natali all’economia di mercato a partire dal 1400, che ha visto nascere l’attività finanziaria. Le prime banche sono nate in Italia.

L’Italia ha inventato tutti gli strumenti della finanza moderna.

Eppure, fintanto che si parla di economia reale – salari, economia, lavoro, occupazione – la situazione non è grave, ma quando si parla di finanza sembra che le orecchie dei nostri giovani si chiudano.

Perché a suo parere c’è questa difficoltà a sviluppare nei giovani italiani la comprensione su questi temi?

Non c’è ancora una teoria capace di spiegare perché accade. Ci sono diverse ipotesi.

Di certo non si può dire che i nostri giovani siano meno intelligenti o dotati. Né si può sostenere che derivi dal predominio in Italia di una cultura umanistica. La finanza è nata all’interno della cultura umanistica!

Una delle ipotesi fa ricadere l’arretratezza delle conoscenze sui temi finanziari al dualismo territoriale tra Nord e Sud Italia. Teoria smentita dal fatto che i risultati PISA mostrano sì un divario, ma non così importante da giustificare interamente il differenziale tra i giovani italiani e i loro omologhi di altri Paesi europei.

Io tendo a optare per un’altra spiegazione.
I giovani italiani sono protetti all’interno della propria famiglia fino a una certa età. Più o meno fino alla maggiore età, il messaggio dominante che ricevono è: Non preoccupatevi di nulla!

Per dimostrare questa che è oggi solo un’ipotesi, bisognerebbe forse fare un’indagine parallela sui giovani di 18 o 19 anni.

Sono convinto che avremmo risultati diversi da quella sui quindicenni.

Quando i giovani lasciano la famiglia andando all’università o a lavorare, cambiano rapidamente e si impossessano non solo del vocabolario, ma anche della strumentazione economico-finanziaria per far rendere al meglio le risorse che hanno a disposizione.

Approfondiamo il tema dei divari territoriali in fatto di alfabetizzazione finanziaria, una fotografia che rispecchia in parte le problematiche di sviluppo nel Paese.
Esistono legami tra i livelli di apprendimento nella literacy finanziaria e i divari di sviluppo?

Uno degli effetti del dualismo territoriale che affligge da un secolo e mezzo il nostro Paese ha implicazioni con i temi di cui ci stiamo occupando: la financial literacy.

La spiegazione è data dalla struttura produttiva del Sud che è sempre stata caratterizzata dall’attività agricola. Tanto che qui il processo di industrializzazione comincia solo nel secondo dopoguerra.

In primo luogo, è chiaro che nell’attività agricola lo strumento finanziario non gioca un grande ruolo.

Nelle comunità che si dedicano ad agricoltura, pastorizia e allevamento tendono a prevalere forme di scambio implicito con molte delle caratteristiche del baratto – uno scambio non monetario – e si tende a trasferire lo stesso concetto anche in altri ambiti.

D’altra parte, anche quando il processo di industrializzazione è stato avviato, la strategia seguita è stata di affidare la gestione e la direzione di tale processo al Nord e questo non ha consentito alle popolazioni locali del Mezzogiorno di sviluppare una propria competenza finanziaria.

Quindi ritengo che se si mettessero in atto delle vere strategie di contrasto ai dualismi Nord-Sud, sia economici che sociali, anche la distanza nelle competenze economico-finanziarie verrebbe rimossa.

La digitalizzazione offre ai giovani opportunità straordinarie. Esistono tuttavia anche nuove responsabilità e pericoli, soprattutto in merito alle attività finanziarie.
C’è un patrimonio inedito di competenze da sostenere e incentivare?

L’impatto della digitalizzazione è notevole e la strumentazione che i giovani hanno disposizione induce ad acquisire il linguaggio finanziario.

Quando i ragazzi in prima persona gestiscono il processo decisionale degli acquisti online, lo fanno rispettando un codice di parole e concetti propri.

Con il tempo si crea una forma mentis che porta a capire rischi e vantaggi delle scelte fatte.

La digitalizzazione è inoltre un potente mezzo di omogeneizzazione tra territori e tra persone che provengono da culture e estrazioni diverse.

Sarebbe opportuno quindi che la Scuola intensificasse la propria funzione educativa finanziaria per consentire ai giovani di capire i rischi insiti come la manipolazione e la possibilità di essere sfruttati.

Non si sta facendo abbastanza in questo senso. Gli stessi docenti chiedono di essere supportati.

Ci colleghiamo a un altro tema centrale per i giovani: il rapporto tra competenze acquisite a Scuola e mondo del lavoro.

Non si deve porre lo studio in alternativa al lavoro. Non c’è una dicotomia: o si studia o si lavora.

Sarebbe meglio parlare quindi non di alternanza scuola-lavoro ma di convergenza verso un comune obiettivo: lo sviluppo complessivo della personalità dei giovani.

La parola nuova da introdurre è con-azione,che all’estero circola da anni: la crasi tra conoscenza e azione.

Cioè la conoscenza che viene messa al servizio dell’azione e l’azione che postula la conoscenza per essere tale.

Il primo a formulare questo concetto è stato Aristotele 2400 anni fa!

Un concetto ancora attuale, che aiuta i nostri giovani a superare i dualismi e creare una sintesi.

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