Come (non) preparare i ragazzi

Ottenere un buon risultato alle Prove INVALSI è un desiderio di tutti. Dei ragazzi, dei loro insegnanti, del dirigente scolastico. Per questo tutti vorrebbero prepararsi al meglio per sostenerle.

Esiste però un fraintendimento piuttosto comune secondo il quale, per ottenere buoni risultati, sia necessaria una preparazione specifica, qualcosa in più rispetto al lavoro che si deve fare normalmente in classe. Insomma, un allenamento specifico.

Per esempio dedicare molte ore di lezione o interi pomeriggi a esercitarsi sui quesiti degli anni passati o sugli eserciziari che diversi editori hanno pubblicato. Come se le Prove fossero simili ai quiz per la patente.

In realtà, non esiste una preparazione specifica per le Prove, per la semplice ragione che i quesiti predisposti dall’INVALSI non sono dei quiz. Anzi, sono quanto di più lontano ci possa essere.

Che cos’è infatti un quiz? È un test di memoria che misura l’acquisizione di conoscenze molto specifiche: Cosa prescrive questo segnale stradale? Chi ha la precedenza a questo incrocio?

La scuola mira a dare agli studenti molto di più: delle competenze.

Torniamo quindi alle Prove INVALSI.

Dal sapere al saper fare

Che cos’hanno in comune comprendere un testo di divulgazione scientifica o letterario, leggere le informazioni in un grafico o risolvere un problema matematico, capire un articolo di giornale o le parole di una canzone in Inglese?

Nessuna di queste prove è un test di memoria, perché non cerca di verificare la semplice capacità di saper ripetere quanto ascoltato in classe o letto su un libro.

Ogni quesito INVALSI cerca invece di misurare la capacità degli studenti di saper usare le conoscenze apprese.

Per capire qualcos’altro, risolvere un problema anche della vita reale, connetterle ad altre conoscenze o applicarle in un altro ambito.

Mentre c’è un numero limitato di segnali stradali e di regole di precedenza, il numero di circostanze in cui utilizzare quanto appreso a scuola è potenzialmente infinito.

Ma come si misura il saper fare?

Le Prove INVALSI cercano insomma di misurare la capacità degli allievi di ragionare con la propria testa. Di produrre, anziché riprodurre. Perché è questo che nella vita come nel lavoro dovranno saper fare.

Misurare le competenze anziché le semplici conoscenze non è un’iniziativa dell’INVALSI ma il preciso mandato che l’Istituto ha ricevuto.

I Quadri di Riferimento in base ai quali gli autori delle prove lavorano sono stati infatti elaborati dall’INVALSI a partire dalle Indicazioni nazionali e dalle Linee guida, ossia dai documenti prodotti dal MIUR – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che hanno sostituito i programmi di una volta e che guidano la didattica di ogni insegnante.

Sono questi documenti a chiedere di aiutare gli allievi a sviluppare delle competenze.

Meno fatica, più motivazione!

Per ottenere risultati migliori nelle Prove INVALSI non occorrono quindi più libri, più tempo, più fatica da parte di insegnanti e allievi.

Provare qualche quesito degli anni precedenti può essere utile per prendere familiarità con il formato delle Prove.

Ma per migliorare può servire una didattica un po’ diversa, più chiara, coinvolgente, che stimoli gli studenti a ragionare su quello che stanno studiando e a farlo proprio.

E trovarla sta alla sensibilità e alla professionalità di ogni singolo insegnante, perché non può esistere una ricetta.

L’insegnamento efficace nasce infatti dall’incontro – sempre unico – fra la passione di quell’insegnante e la storia, le aspirazioni e i talenti di quei ragazzi, che troveranno così una motivazione autentica a imparare. E quando c’è quella, tutto in classe diventa più facile.

Per tutti. INVALSI o non INVALSI.


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