6 anni all’INVALSI. Cosa ho imparato

Il nostro Editoriale ospita Paolo Mazzoli che, al termine del suo mandato di Direttore generale dell’INVALSI, fa un bilancio della sua esperienza alla guida dell’Ente.

6 anni di INVALSI cosa ho imparato

Sulla via Appia

Tornando da Frascati, sede storica dell’INVALSI fino al 2015, mi succedeva talvolta di fare la stessa cosa che facevo quando tornavo a casa dalla prima scuola elementare dove ho insegnato.

Accostavo con la macchina in un punto tranquillo dell’Appia, spegnevo il motore, tiravo giù il finestrino e restavo una decina di minuti in silenzio. Succedeva nelle giornate più pesanti, quando mi sentivo sopraffatto dalla stanchezza e dal senso di impotenza.

Ecco, una delle cose che ho imparato in questi ultimi sei anni è che i meccanismi di recupero nelle situazioni critiche sono qualcosa di personale e di sorprendentemente stabile, quale che sia il motivo del disagio, il contesto, la fase della vita. 

Ma non è di sentimenti che vorrei parlare. Vorrei invece condividere alcuni regali e alcune fatiche – forse andrebbero chiamate pene – che ho avuto dalla mia esperienza all’INVALSI.

Regali e pene. Le pene

Parto dalle pene, che sono soprattutto due.

La prima è l’amara percezione, provata non poche volte, di fare un lavoro giudicato da molti come qualcosa di ostile, che disturba il faticoso lavoro di chi opera nel mondo della scuola, che poi è sempre stato il mio mondo.

Mentre prima, quando facevo il preside o il docente, la maggior parte delle persone mi diceva cose tipo: Il tuo è un lavoro fondamentale, poco riconosciuto ma quasi eroico, da direttore dell’INVALSI in alcune situazioni era come se fossi passato al nemico.

Ho collezionato una serie di frasi tanto ideologiche quanto illogiche e, alla lunga, scoraggianti. Ne riporto solo alcune.

Voi che ne sapete di quanto è difficile il nostro lavoro

Non si può giudicare l’insegnamento con un quiz

Le scuole hanno tante cose da fare e ci si mettono anche “gli” INVALSI

Le vostre prove sono troppo difficili

Come diceva Don Milani, è ingiusto far fare le stesse prove a studenti così diversi

Gli americani hanno abbandonato i test e qui ancora li facciamo

Le prove INVALSI stanno alla scuola come le colate di cemento stanno ai muretti a secco di campagna

Siete i servi sciocchi del potere

Pensate di risolvere tutto con due numeretti

Già, due numeretti.

Chissà cosa ne pensano oggi, gli odiatori dei numeretti, nel dramma dell’epidemia da Coronavirus, della fame disperata di numeri (possibilmente attendibili) che caratterizza il momento.

Chissà se c’è qualcuno ancora che pensa che i fenomeni complessi non possano essere descritti con i numeri. Temo di sì, purtroppo.

Ma non è solo una puerile (ma ugualmente perniciosa) posizione ideologica, c’è anche tanta ignoranza.

La seconda pena è di tutt’altro genere.

È la fatica di un’attività gestionale continua, direi martellante, spesso ostacolata da chi dovrebbe non dico facilitarla ma almeno riconoscerla.

Su questo aspetto vorrei spiegarmi meglio, perché non vorrei che fosse presa per la solita lamentela sulla burocrazia. Il problema è culturale.

L’INVALSI è una pubblica amministrazione particolare. Assomiglia più alla sala di controllo di una grande stazione ferroviaria, che a un ministero.

Un alto dirigente del Ministero l’ha definita un’amministrazione ad alto ritmo gestionale (aggiungendo purtroppo).

Questo vuol dire che in molte circostanze occorre privilegiare l’attenzione al risultato piuttosto che alla procedura. Purtroppo questo nel nostro Paese non paga. Almeno non nella maggioranza delle pubbliche amministrazioni.

Vorrei fare un esempio che credo renda l’idea più di tanti discorsi.

Nel 2016 la Ministra Giannini ci chiamò perché voleva accelerare sulle Prove di Inglese che in Italia non si erano mai fatte. Eravamo la Presidente, Anna Maria Ajello, Roberto Ricci ed io.

A un certo punto ci chiede: Quando potreste iniziare a far fare le Prove di Inglese, e in quali classi?

Non ricordo se Roberto o io azzardammo un Potremmo iniziare tra 2-3 anni con la terza media.

E lei risoluta: Due tre anni? No. Dobbiamo partire subito, l’anno prossimo, con più classi e anche con la primaria.

La Presidente guardò Roberto e me. Roberto fece un lieve cenno col capo e disse con un filo di voce: Ok, partiamo subito con i gradi 5, 8 e 13.

Ci mancò poco che gli dessi un calcio sul piede sotto il tavolo. Una promessa del genere rasentava la follia. Ma la Ministra disse subito: Bene, vedo che vi rendete conto dei tempi della politica.

Da allora dovemmo fare una corsa contro il tempo. Roberto girò l’Europa in cerca di soluzioni veloci. Non avevamo nulla: né un modello sperimentato sul tipo di Prove che si potevano organizzare, né autori, né supervisori. Nulla.

Con l’aggravante che se, per la fretta, avessimo sbagliato qualcosa l’INVALSI rischiava tutto, anche la chiusura.

Per fortuna alcune turbolenze politiche in seno alla maggioranza di allora ritardarono l’emanazione del decreto legislativo sulla valutazione e, all’ultimo momento, fu deciso che le Prove del grado 5 e 8 dovessero svolgersi a partire dall’a.s. 2017-2018 e quelle del grado 13 dal successivo.

Ma fu ugualmente una corsa forsennata contro il tempo. Senza contare che tutto questo avveniva mentre dovevamo introdurre anche le Prove al computer.

Non mi pare il caso di entrare nei dettagli, ma posso dire con certezza che se avessimo seguito le procedure e i tempi normali non ce l’avremmo mai fatta.

Quello che voglio dire è che in un contesto normale chi si assume qualche responsabilità in più (e non parlo solo di me, ma anche del consiglio di amministrazione, dei capi area, di alcuni responsabili amministrativi), consentendo all’Istituto di raggiungere i suoi obiettivi, dovrebbe essere apprezzato.

A me è successo invece di dover minimizzare, o mettere in sordina, certi passaggi gestionali particolarmente ardimentosi (ma sostanzialmente corretti) e assolutamente indispensabili se volevamo fare quello che dovevamo fare.

Insomma, era necessario prendersi la responsabilità di operare per ottenere il risultato piuttosto che attestarsi sul tradizionale Si è sempre fatto così.

I regali. La cultura del dato

Ma veniamo ai regali, di gran lunga prevalenti rispetto alle pene.

Ora che ci penso, mi rendo conto che, in una certa misura, le gratificazioni più grandi sono collegate con le due pene, le due fatiche, cui ho accennato.

Un regalo grande dal quale vorrei iniziare è quello di aver avuto l’opportunità di dare un contributo, certamente piccolo ma concreto, allo sviluppo della cultura del dato, vista come elemento emblematico, direi decisivo, per la diffusione della cultura scientifica.

È grazie a questo che sono riuscito a sopportare la frustrazione di essere talvolta guardato male da una parte del mondo della scuola. E qui forse è necessario spiegarsi meglio.

Ogni insegnante, ogni educatore, ha un suo chiodo fisso professionale che orienta il suo lavoro e che lo sostiene nel tempo. Una sorta di super-obiettivo, o di impegno etico prioritario.

La mia professoressa di Francese delle medie diceva che il suo scopo non era tanto quello di insegnarci un francese decente quanto quello di darci una buona educazione, une bonne éducation.

Mentre il maestro Alberto Manzi, che mi ha insegnato buona parte di quello che so della didattica per la scuola di base, diceva, con incredibile attualità, che l’unica importante finalità della scuola è insegnare a pensare – quindi: con la propria testa.

A me importava, più di ogni cosa, la conquista del pensiero scientifico, visto non solo come strumento di comprensione del mondo ma anche come benefico generatore di umiltà e di libertà.

Così, insegnando a pensare come uno scienziato, ho sempre pensato, ho sempre sperato, che i ragazzi diventassero umili, perché consapevoli dell’enorme complessità del mondo, ma anche liberi di costruirsi le proprie convinzioni senza soggezioni nei confronti di nessuno.

Ebbene, in questo modo di concepire il pensiero scientifico, la cultura del dato gioca un ruolo determinante.

Mi ricordo ancora bene quando, proprio con una classe elementare del maestro Manzi, facemmo cadere due sacchi di patate dal quinto piano nel cortile interno della scuola Fratelli Bandiera di Roma.

In un sacco c’erano 2-3 patate, nell’altro una ventina. I ragazzi avevano discusso per ore su quale dei due sacchi sarebbe arrivato a terra per primo.

Ma, nelle loro discussioni, aleggiava un vizio scientifico evidente: nessuno l’aveva mai fatto, non avevamo il dato. Quello che successe quando i due sacchi arrivarono a terra fu sorprendente.

Quasi tutti i ragazzi esclamarono, delusi: Incredibile: sono arrivati quasi insieme! mentre gli adulti, tra i quali due fisici, pensarono: Incredibile: il più pesante è arrivato prima dell’altro più di quanto mi aspettassi!

E poi ci mettemmo a prendere dati sempre più precisi per capire meglio quello che avevamo visto succedere. Mi fermo qui ma, credo sia evidente, il discorso meriterebbe ben più spazio.

Quello che mi preme sottolineare è che la mia esperienza all’INVALSI è stata una lunga full immersion in una fabbrica di dati e, dunque, per me, in un santuario della cultura del dato.

Sono convinto che buona parte delle obiezioni alle prove INVALSI abbiano a che vedere con la scarsa diffusione della cultura del dato. A riprova di questo basterà dire che perfino un Ministro dell’Istruzione in un’intervista dichiarò, senza alcun pudore, di non credere alla statistica.

Ho così avuto il privilegio di vivere per molti anni nella sala macchine di un istituto di ricerca che, come diceva Giorgio Alleva a proposito dell’ISTAT, di cui è stato presidente, è una fabbrica di dati al servizio del Paese. Come l’Istituto Superiore di Sanità è una fabbrica di dati sulla salute, l’ISPRA sull’ambiente, l’INGV sui terremoti.

Vorrei però specificare che, quando penso ai dati che produciamo, non penso soltanto alle Prove nazionali. Penso, ovviamente, anche alle Indagini internazionali, penso agli indicatori del rapporto di autovalutazione, penso ai rapporti dei nuclei esterni di valutazione, formulato sulla base di un esame di dati ed evidenze chiaramente esplicitate.

Questo grande regalo ha, a sua volta generato tanti altri regali.

Primo tra tutti la competenza, la serietà e, ancora una volta, l’umiltà e quella che vorrei chiamare la gentilezza cognitiva della maggior parte dei ricercatori dell’Istituto (includendo tra questi anche i collaboratori tecnici e gli stessi amministrativi). Anche qui vorrei portare un esempio.

Mi è capitato talvolta di non capire il significato di un dato e di chiedere una piccola lezione di recupero a qualcuno.

Vorrei citare tutti quelli che ricordo di aver disturbato per farmi spiegare qualcosa: Stefania Pozio, Michele Cardone, Marta Desimoni, Alessia Mattei, Antonella Mastrogiovanni, Cristina Lasorsa, Cristina Stringher, Monica Amici, Elisabetta Figura, Savina Cellamare, Carlo Palmiero, Antonio Severoni, Emiliano Campodifiori, Cecilia Bagnarol (e il gruppo di Tableau), Paola Giangiacomo, Graziana Epifani, Elisabetta Prantera, Carlo Di Chiacchio, Sabrina Greco, Sara Romiti, Letizia Giampietro e, ovviamente, Roberto Ricci e gli altri quattro capi area: Patrizia Falzetti, Michela Freddano, Laura Palmerio e Donatella Poliandri.

Talvolta mi succedeva di esaltarmi e di chiedere se alcuni dati potevano suggerire una certa interpretazione che, evidentemente, mi stava particolarmente a cuore.

Ma spesso la risposta era: Sì, certo, direttore, potrebbe anche essere vero; ma i dati non sembrano dire questo con certezza; bisognerebbe studiare meglio la cosa.

Ecco, è questo che intendo per umiltà della scienza.

Altro grande, grandissimo regalo: avere avuto l’occasione di incontrare migliaia di docenti e di dirigenti scolastici che lavorano sui dati INVALSI malgrado le ostilità più o meno esplicite di alcuni colleghi. Ma devo dire che, da questo punto di vista, le cose sono molto migliorate.

Paolo, abbiamo un problema

C’è infine un regalo tutto nell’ambito di quella fatica gestionale che ho citato tra le pene.

Perché, se è vero che molti soggetti istituzionali ci hanno spesso lasciato soli, è anche vero che in alcuni momenti critici mi sono sentito letteralmente soccorso da altri. Gli esempi non sono pochi, e non tutti si possono raccontare senza tradire la fiducia di persone che stimo profondamente.

Racconto uno degli episodi più drammatici che però si è rivelato benefico per l’Istituto.

Era il 12 giugno 2014. Nel primo pomeriggio Roberto Ricci chiede di parlarmi urgentemente e esordisce più o meno così: Paolo, abbiamo un problema (sì, proprio lo stesso tono di Houston, abbiamo un problema).

Poi spiegò: Pochi minuti fa Cristina si è accorta che nell’area riservata dove è custodita la Prova nazionale per l’esame di terza media, è apparsa un’immagine porno.

Aggiunse che con tutta probabilità l’immagine porno costituiva una sorta di rivendicazione provocatoria di un hacker che era riuscito a violare il nostro sistema.

Questo voleva dire, almeno teoricamente, che qualcuno poteva diffondere le Prove secretate per l’esame di Stato conclusivo della scuola secondaria di primo grado.

Se fosse successo, oltre a danneggiare direttamente 595.000 alunni e le loro famiglie, si sarebbe turbato in modo grave il regolare svolgimento dell’esame con conseguenze facilmente immaginabili per l’INVALSI.

Seguirono giorni convulsi durante i quali fu costituita una sorta di unità di crisi permanente con i vertici del Ministero e quelli della Polizia postale.

In quell’occasione conobbi il giovane Capo di Gabinetto della Ministra Giannini, Alessandro Fusacchia. Si trattava di una di quelle circostanze in cui la maggior parte delle persone si dileguano per evitare di essere travolti in una vicenda potenzialmente devastante.

Qualcuno già sussurrava che l’INVALSI non era stato in grado di proteggere i propri dati e che questo avrebbe potuto travolgere tutta l’amministrazione scolastica. Altri, in modo più o meno velato, dicevano che avremmo dovuto fare questa o quella cosa, che eravamo stati dei dilettanti.

Fusacchia ci trattò in modo piuttosto sbrigativo ma, diversamente da molti suoi colleghi, si prese le sue responsabilità. Si trattava di decidere se correre il rischio, modesto ma non nullo, di dover sostituire la Prova nazionale, in caso di diffusione abusiva delle domande, attivando un improbabile piano B, oppure annullare preventivamente, con un decreto legge, la Prova nazionale.

Decise di rischiare. 

Più di una volta fu sul punto di farci capire esplicitamente che avevamo creato un problema notevole all’Amministrazione ma ebbi anche l’impressione che Fusacchia, per la prima volta, si rendeva conto dell’enorme sproporzione tra quello che l’INVALSI doveva fare e le risorse di cui disponeva (4 milioni di euro l’anno per un servizio che negli USA, fatte le debite proporzioni sulla popolazione scolastica, costerebbe circa 66 milioni di dollari*, e in altri paesi anche di più).

Dopo neanche due mesi mi arrivò la notizia che la Ministra aveva aumentato il contributo ordinario per l’INVALSI da 4 milioni a 5 milioni e mezzo.

E, sempre a proposito di eccezioni positive, non posso non citare la Ministra Valeria Fedeli e la sua straordinaria capo di Gabinetto, Sabrina Bono, che si prese la responsabilità (senza non poche resistenze politiche) di varare il decreto legislativo sulla valutazione (il n. 62 del 2017), vera pietra miliare delle prove standardizzate nazionali, dell’introduzione delle Prove di Inglese, della loro erogazione al computer e della restituzione dei risultati non più con un punteggio ma con l’espressione di un livello descrittivo.

Le pene principali credo di averle raccontate. I regali, invece, sono stati molti di più di quelli che ho voluto ricordare. Ma avrei sconfinato ancora di più di quanto non abbia fatto così.

Resta solo una cosa da dire a tutti quelli con cui ho avuto la fortuna di lavorare all’INVALSI.

Grazie

6 anni all’INVALSI. Cosa ho imparato - Foto di gruppo INVALSI
Foto di Rocco Rorandelli

* In un articolo del 2004 viene stimata una spesa di circa 33 dollari per studente che, considerando che nel 2014 erano coinvolti nelle prove INVALSI circa 2 milioni di studenti, produce una spesa complessiva di circa 66 milioni di euro.

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